Solo il primo giorno in una nuova città, un nuovo stato. Nuova lingua. Nuove emozioni, paure, aspettative, consapevolezze e desideri.
Il giorno scorre bene, il volo è tranquillo, la casa è accogliente, la gente sorride e il sole scalda la città. Barcellona è così accesa, così viva, colorata. Sembra respirare da sola. Offre tutto ciò che immaginando non si può nemmeno pensare.
Il colore dei palazzi si accende di intenso, il sole che se ne va rende tutto più golden, e i tetti degli edifici lasciano spazio a un cielo di un azzurro sempre più tenue, sempre più sfumato, sempre più rosa, poi rosso.. Poi il buio.
Passeggio, le vie sono piene.
Gaixample. Uh, ci siamo. Quartiere elegante e vie di locali. Persone che rientrano a fine giornata e chi, dagli occhi, dichiara la voglia di caccia.
Di chi la prima cosa che guarda è il cazzo, e poi il viso, con lo sguardo serrato che chiama conquista.
Entro in un bar, sembra sufficientemente popolare, e popolato.
Che troia. Lascio subito il numero al barista. Una coca cola zero, una sala sul retro, isolata. L’unica in cui c’è posto.
L’unica in cui avrei potuto effettivamente mettermi in ascolto, di musica e me stesso, alla fine di una giornata che nella vita di un uomo può sancire il cambiamento, in meglio o peggio, chi lo sa. Ma l’importanza della decisione aveva bisogno di un momento, forse anche di più silenzio, ma l’atmosfera mi sembrava adatta al contesto. Davvero.
Mi siedo, sistemo delle cose di lavoro, e inizio a scrivere un po’.
Un tavolo di ragazzi mi ispira una storia, immagino la loro conversazione, e immagino i loro pensieri più perversi che non esulano da ciò che dicono. Ma che non lasciano scampo alle sensazioni.
Immagino una scena, un video ispirato a questo. Scrivo, appunto, racconto.
Un ragazzo (un uomo?), occhiali da vista, quelli che alle medie avremmo definito da sfigato, capello lungo, marrone, fronte alta. Un velo di barba a disegnare il volto androgino, su un fisico magro, dolce, l’opposto che attraente, adornato da vestiti che richiamano il femminile.
Una figura che mi guarda, mi fissa, e col corpo mi dice “sono passivo”. Insomma, niente di ciò che io reputo essere meno attraente, mi stava fissando.
E per un cacciatore come me, con la voglia di conquista, di maschio, di macho, di forte e di cazzo, quella figura messa lì, così, a dirmi “sono tuo” mi stava infastidendo.
Repellente.
Mi guardava e rideva.
Ed io ero infastidito dalla sua passività.
Dal suo molestarmi con lo sguardo.
“Che cazzo mi guardi a fare se tanto non possiamo scopare?”
Io non ci perdo nemmeno un secondo di tempo con quelli con cui non posso scopare. Non ho interesse a parlare con persone. Ho necessità di conquistare, di sessualizzare. Non ti parlo se non ti posso strumentalizzare,
Si avvicina, col suo bicchiere di vino in mano, inizia a parlare.
<<Posso sedermi?>>
“CHE COGLIONI”
<<Certo, prego>>
Iniziamo questa svogliata conversazione in spagnolo, l’inglese di aiuta a sopperire alle carenze linguistiche.
Io italiano, lui di New York.
Mi parla un po’ di sé e del suo lavoro.
Di ciò che scrive, dei suoi articoli, i suoi progetti, ciò che recita e ciò che insegna, dell’università in cui lavora e del teatro, del tempo libero, i suoi cani, i suoi viaggi, della sua relazione aperta e del suo fidanzato.
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Si è fatto tardi. Il bar sta chiudendo la sala dietro. Iniziano a pulire.
Passo avanti il bancone, il barista ancora lì.
Cazzo mi deve scopare.
Mo sto rompicoglioni mi rovina la notte. Mi avvicino, due chiacchiere, lui mi invita a rimanere e a bere. Lo bacio, mi giro.
L’androgino americano è lì, a guardare. Ad aspettarmi.
Il buon senso, misto a educazione e senso di colpa di non essere stato capace di mandare a Fanciullo una palla al piede, mi portano a salutare il mio barista spagnolo preferito, per andarmene a casa.
<<Facciamo un tratto di strada insieme così ti faccio compagnia>>
Passeggiamo nella tranquillità della notte, tra le vite di una città che adesso dorme.
E alla fine devo anche ammettere che non è stato mica così male, questo chiacchierare e conoscere cose nuove.
Arriviamo all’appartamento.
Sale.
Che cazzo mi prende? La mia educazione non mi porta a rifiutarlo. Mi sta sul cazzo. E mi sto sul cazzo.
Reprimo tutto di lui, fisicamente. Però mi sento in colpa nel pensare che mi fa schifo. Nel farglielo capire.
E non so come.
La sua mano sul mio cazzo. Non sborro da 4 giorni. Sono duro, è fisiologico. Devo svuotarmi le palle sul serio. Lo sento dentro, quella sensazione nel basso ventre di quando tutto si muove, di quando la proposta ha lavorato troppo, la produzione è esausta. Il bisogno di erezione è imminente.
E inizia a giocare di mano, stimola l’asta tocca le palle, sul punto di un orgasmo. Più volte. Edging. È così che è? È così che si sentono i miei attivi quando gioco col loro cazzo? Oh si.
Ora li capisco. La mano che stringe l’asta e ora accarezza solo il glande, e li rimane con un gioco misto tra fastidiosa eccitazione e continua necessità di arrivare a una risoluzione di questa sega. All’esplosione. E poi si ferma. E ora la mano lentamente va su, il frenulo turgido, le dita bagnate, io he penso a una lingua, alla voglia di affondarlo in una gola. E invece niente. Non succede niente. Solo che godo, che non resisto che non so come sia possibile frenare un istinto.
Lo guardo, sorrido. Eppure tra gli sguardi c’è intesa, io godo, lui sa che godo, io so che gode vedendomi. E sa cosa voglio, mentre un palmo, umido, sfiora la mia cappella, l’altra mano sfiora le palle.
E piano piano scende, solleticando lo scroto, io sento un brivido e il buco si rilassa, e lui gli va incontro.
E ora lo accarezza. Non dico nulla, solo guardo in alto, ansimo, gioco con gli occhi, con la mente e godo. Sfiora la mia rosa, sarà calda? La sento bollente.
Non riesco a fare questo pensiero che mi sento la prostata stimolata da dentro, e solleticata da fuori, come se non riesca più a contenere queste sensazioni, come se non possa più ascoltare il mio corpo. Solo lasciarmi andare. E mentre la mano scorre l’asta, le dita scopano il culo.
Due braccia, due movimenti diversi, due zone diverse, piacere diverso, stesso godimento, stesso obiettivo.
E va sempre più veloce ed è sempre più forte.
La mano mi vuole sempre di più, il mio culo vuole sempre di più la sua mano, un altro dito entra dentro.
E nel mentre le dita fanno dentro fuori, i polpastrelli vanno su e giù, e l’altra mano si occupa del mio cazzo, e io non capisco, più nulla, io non distinguo più nulla. Io non controllo più nulla.
Gemo, godo, quasi urlo. Lo guardo, lo stringo col culo, sento gli spasmi, sento le contrazioni, sento gli orgasmi. ECCOMI. SBORRO.
Fiotti di sborra escono, densi, caldi, non so quanta, ma tanta.
Tanta.
Sulla sua faccia, sulla mia pancia.
Improvvisamente mi rilasso, stanco, mi accascio, la testa indietro. Mi abbandono alla sedia.
Mi arrendo all’orgasmo. Mi abbandono al suo sguardo.
Perché è vero, non potevamo scopare e non c’era intesa nemmeno per baciare, ma avevo escluso la possibilità che senza baci e senza sesso si può comunque sborrare.
